MICROMEGAS

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martedì, 17 novembre 2009

Skyland

SKYLAND: 
LA TERRA DI UN FUTURO DISTOPICO

 

Skyland è ciò che resta della terra nel cielo. Una terra frammentata e in tante “isole” della crosta terrestre che galleggiano in aria, trattenute da una forza gravitazionale misteriosa. “Come la buccia di un’arancia”, nelle parole del prof. Tibald, uno dei protagonisti del romanzo, che sia stata separata dalla polpa interna. Perché la polpa, ovvero gli strati inferiori del pianeta, nucleo compreso, assieme ai mari e agli oceani, non ci sono più. Dispersi nel nulla.

In questo scenario apocalittico non troppo lontano da noi – solo un paio di secoli in avanti – vive un’umanità divisa in due caste biologicamente diverse: i “jinsei”, gli esseri umani “normali”, addetti ai lavori più umili e caratterizzati dalla presenza di capelli, e i “seijin”, geneticamente modificati, che hanno sviluppato poteri superiori e che si riconoscono per il capo rasato. Retaggio, questo, di un analogo scenario distopico che ci ricorda la società del lontano futuro immaginata da H. G. Wells nel suo The Time Machine (1895).

Ma Skyland è reso ancor più affascinante per le straordinarie illustrazioni a colori dei paesaggi terrestri sospesi nel vuoto, che accompagnano il volume in patinate tavole fuori testo, inquietanti lacerti del nostro mondo strappati dalle sue radici, in cui si possono riconoscere i tratti di Venezia e di Kyoto, di New York e di Parigi, di Washington e delle Dolomiti.

La scomparsa delle masse d’acqua ha lasciato gli abitanti di questo oscuro futuro privi del prezioso liquido vitale, la cui ricerca e conservazione rappresenta il problema maggiore per garantire la sopravvivenza. L’acqua è infatti il bene più raro, attorno al quale si scatenano intrighi politici e si muovono strategie complesse.

Come in tutte le storie sulla falsariga del “romance”, anche in Skyland si gioca sul rapporto tra i due giovani e puri protagonisti, Lorenzo, ardimentoso “jinsei” alla ricerca dell’acqua assieme al padre, e Valery, sedicenne “seijin” dall’intelligenza superiore alla media, che si vota alla causa dei ribelli contro il dominio della Sfera, il misterioso potere che controlla le “isole”. E, come in tutte le storie a carattere seriale, anche Skyland s’interrompe senza una vera conclusione, lasciando irrisolti molti interrogativi, di fronte a una svolta intuita nel trasferimento dei protagonisti su Atlanty, un’isola sperduta, un frammento del mondo che, a somiglianza di Laputa, la sua più antica antenata, nata dalla fantasia di Jonathan Swift (nei Gulliver’s Travels, 1726), si sposta nel cielo spinta dal vento.

Del resto Skyland nasce come film d’animazione, prodotto in Francia dalla Onyx Film nel 2005, a cui l’autore di questo romanzo deve essersi ispirato, secondo il ben noto processo di novelization, che passa dal cinema al libro.

Ma, a parte lo scenario di fondo e i necessari presupposti, la storia si diversifica dal cartoon, cambiando i nomi e le caratteristiche dei personaggi, così come risulta assai più complessa la stessa trama. L’autore è tale David Carlyle (uno pseudonimo?) di 38 anni, che si definisce biologo specializzato in ecologia, appassionato di motori e di viaggi. Quando non è impegnato a esplorare il pianeta o a costruire mongolfiere, studia il futuro della sua famiglia, che gli offre l’ispirazione per i suoi romanzi. Per il resto intende mantenere uno stretto riserbo attorno alla sua reale identità. Skyland è pubblicato in Italia dalle Edizioni Piemme, nella sezione “Freeway”, che è espressamente indirizzata a un pubblico più giovane, ma non per questo sconsigliabile a un pubblico adulto.

Se si prescinde da certe ingenuità e da un linguaggio volutamente semplificato e ridondante, la forza sprigionata dall’invenzione di un mondo così insolito e inquietante, in cui si coagulano gran parte delle paure per il nostro futuro, è capace di affascinare il lettore di tutte le età e di tenerlo inchiodato fino all’ultima pagina. Aspettiamo il sequel, secondo la miglior tradizione del fantastico

David Carlyle, Skyland. Isole nel vento, Milano, Piemme Edizioni, Collana Freeway, 2009, pp. 263, € 17,50

Postato da: cabor alle 19:13 | link | commenti |

lunedì, 09 novembre 2009

Vertigine della listaL'INUTILE VERTIGINE
DELLA LISTA

Sul libro di Umberto Eco

Dopo la Storia della Bellezza (Bompiani, 2004) e la Storia della Bruttezza (Bompiani, 2007), Umberto Eco si cimenta nella “lista”, cioè nell’idea dell’elencazione nella storia della cultura e dell’arte (Vertigine della lista, Bompiani, 2009, pp. 408, € 39). Un compito gravoso, quanto destinato ad essere incompleto, perché la prima qualità della lista è la sua prerogativa di essere aumentata, integrata, aggiornata, continuata all’infinito. Una potenzialità che è ragione del suo fascino, ma anche della sua terribile minaccia: il rischio dell’incomprensibilità (nel senso proprio di con-prendere, cioè di contenere dentro di sé), dell’eccessiva grandezza che può sommergere, andare oltre la nostra capacità di dominare il mondo. Per questo la lista è “vertiginosa”, perché confonde e smarrisce in quell’infinito che, non a caso, si lascia svanire dietro di noi con un senso di liberazione. Ma la lista è una manifestazione della conoscenza, la prima e la più arcaica: prima ancora  di mettere in relazione gli elementi, di ragionare sui loro rapporti e trarne considerazioni, pensieri e giudizi, è necessario disporre dei dati. Averli in bella mostra davanti a sé, riconoscibili e in perfetto ordine.

Perché, diciamocelo chiaramente – anche se Umberto Eco lo nasconde – il senso di vertigine della lista è causato dalla sua inutilità.

Scudo di achilleCiò che ci serve sono le relazioni tra gli oggetti, tra gli individui; il loro rapportarsi con quanto rappresentano ai nostri occhi, in un determinato contento che assume un senso solo in funzione del personale e del sociale. Un elenco di nomi non ci dirà nulla in astratto, ma assumerà un significato se si tratta degli abitanti di una città, degli amici più cari, dei parenti prossimi o degli allievi di una scuola. Contestualizzati e definiti. “Definire” vuol dire mettere un limite, saper contenere la lista entro uno spazio (o un tempo) stabilito. Questo processo, questo sforzo mentale di “contenere” la lista entro termini circoscritti consente di dominarla e di conoscerla nella sua interezza.

L’ansia di contenere il tutto è propria della natura umana e l’esempio dello scudo di Achille, utilizzato da Eco in apertura del libro, è perfettamente calzante. Omero usa lo stratagemma delle armi sottratte da Patroclo ad Achille per uno scopo ben preciso. Quello di rappresentare con le parole (cioè con la poesia, che è una poesia cantata, destinata alla trasmissione orale) un’immagine figurativa fantastica, non esistente in realtà, e dunque di estrema complessità. Omero impiega buona parte del XVIII canto dell’Iliade per descrivere lo scudo creato da Efesto, dimostrando così la superiorità della parola sull’immagine. Laddove essa può contenere la descrizione di un infinito che la rappresentazione grafica è costretta a limitare nei margini angusti dello scudo. Magnifico artificio letterario, che inutilmente pittori e scultori (de Quincy, Cochin, Weniger, ecc.), da allora, hanno cercato di rappresentare in forma concreta.

Postato da: cabor alle 18:42 | link | commenti |

lunedì, 07 settembre 2009

L'intervista di Giampietro Stocco
IF 2-2009 copertina imgIF: LA MICROMEGA
DELLA FANTASCIENZA

Sul n. 117 di "Delos" in occasione dell'uscita del 1° numero del trimestrale edito da Solfanelli

Carlo Bordoni racconta come e perché è nata la sua rivista di studi sulla fantascienza, IF, edita da Solfanelli.

Carlo Bordoni non nasce come intellettuale legato alla fantascienza. Da dove viene questo interesse?

Da molto lontano. Dagli anni dell’adolescenza, dalle estati passate a divorare fascicoli di Urania e a scrivere i primi racconti. Ho pubblicato il mio primo romanzo di fantascienza, ovviamente sotto pseudonimo, su Cosmo dell’editore Ponzoni, quando avevo diciannove anni. Direi che invece i miei interessi intellettuali sono nati proprio da lì, dall’apertura incondizionata verso il nuovo e l’insolito, dalla non convenzionalità del sapere che la fantascienza americana di quegli anni sapeva suggerire. E quindi anche dalla marginalità che l’ha sempre accompagnata.

Com'è nato l'incontro con Marco Solfanelli?

Se ben ricordo in un convegno degli anni Ottanta sulla riviera romagnola, a cui partecipò anche Anthony Burgess. C’è stata un’intesa immediata (anche se con idee politiche diverse) e da lì è iniziata una collaborazione fruttuosa con la pubblicazione dello storico saggio La paura il mistero l’orrore dal romanzo gotico a Stephen King, che è del 1989. E poi con i libriccini di Micromegas, una collana di saggistica breve, che sta andando molto bene. La nuova serie ha già pubblicato sedici titoli, alcuni dei quali di autori stranieri, dalla sociologia alla filosofia, dalla psicologia alla critica letteraria.

Fin dal primo numero citazioni dotte, articoli di grande livello, ermeneutica, storia, letteratura mainstream. Volete diventare la Micromega della SF?

Perché no? La mia storica fanzine (che poi tentai di trasformare in rivista), come sai, è del 1965 e si chiamava proprio Micromega. Testata poi utilizzata dal gruppo dell’Espresso, non essendo mai stata registrata.

Un tema per ogni numero. Perché questa decisione?

Per dare più uniformità al contenuto. E la tendenza attuale delle riviste quella di preferire numeri monografici per far convergere il lavoro dei collaboratori su un tema specifico.

Collaboratori e autori prestigiosi come Vietti, Asciuti e Gallo. Come siete riusciti a convincerli, specie Asciuti che è forse il protagonista più schivo della SF italiana?

Si vede che c’è stata un’empatia. Quando succede, significa che c’è un bisogno inespresso.

SF in Italia: dopo avere iniziato questo percorso, diresti ancora che non esiste?

Sono più di quarant’anni che lo diciamo, solo che gli editori e il grande pubblico se ne sono accorti un po’ più tardi. È una vecchia polemica che risale agli anni Cinquanta e Sessanta, quando era luogo comune affermare che i dischi volanti non potevano atterrare da noi.

Robot e Androidi è il tema del primo numero, che tocca però anche il tema del corpo modificato. Perché aprire proprio con questo?

Quello della macchina è un tema classico: la SF nasce, com’è noto, come reazione alle paure sociali provocate dall’introduzione delle macchine nei processi produttivi. Lo ha spiegato bene Romolo Runcini nei suoi studi sul fantastico, autore che — non a caso — apre il primo numero di IF. E la macchina più inquietante è quella che assume sembianze umane.

Transumanesimo e Connettivismo. Cosa ne pensi?

Sono tematiche assolutamente innovative e complesse, dimostrano come la SF si sia evoluta rispetto alle storielle sui marziani e alla paura dell’invasione. Credo, anzi, che rappresentino la qualità filosofica che la letteratura fantastica è in grado di produrre oggi al suo livello più elevato: pensare l’uomo in una prospettiva insolita e rivoluzionaria.

Ti senti dentro o fuori questa "new wave" della SF italiana?

Fuori. Anche per ragioni anagrafiche!

Con questa "rivoluzione", per ora prevalentemente metodologica e mediatica, che il Connettivismo e il Transumanesimo ci stanno proponendo, come mai punti ancora su temi come l'ucronia, che sembrerebbero avere fatto il loro tempo?

Come direttore di IF sono aperto ad ogni tematica; ritengo invece l’ucronia (sulla quale mi sono cimentato anche come narratore!) un argomento degno della massima attenzione, dal momento che non ci sono interventi critici che l’analizzino adeguatamente. Speriamo di colmare questa lacuna con il terzo numero della rivista, dedicato proprio all’ucronia, dove ci sarà, tra l’altro, il testo del dibattito tra Marc Angenot e Darko Suvin tenutosi a Montreal nel 1982.

IF è anche narrativa. Pensi di approfondire questo aspetto dedicato alle fiction degli autori italiani?

Sicuramente. Una rivista solo teorica sarebbe un’anatra zoppa. È giusto dare voce agli autori italiani, recuperando testi classici e ospitando le prove di qualità dei nuovi autori.

Pensi di aprire anche a testi stranieri?

Sicuramente. Cominciamo già nel secondo numero con un racconto breve di Robert Bloch, Il non-morto, che fa parte dell’antologia Belle da morire, da me curata per Bompiani nel 1994. Poi vedremo. Dipenderà anche dal tema monografico di ogni numero.

Quale sarà il tema del prossimo numero?

L’oltretomba. Altro potente argomento del fantastico, che mi ha sempre affascinato. Lascerei fuori il vampirismo, per il momento, a cui vorrei dedicare un numero specifico. C’è da analizzare il fenomeno Stephenie Meyer, per esempio, sul quale è stato detto ancora poco…

E infine: le riviste di SF in genere tendono a essere un prodotto effimero. Pensi che IF ci sia per rimanere?

Mi auguro di sì. Se un prodotto è valido, è destinato a rimanere anche dopo la sua fine. Penso alle riviste come a un corpus complesso che abbia una sua unità di fondo e anche una sua finitezza, che le faccia considerare nel suo insieme. Il primo numero di IF è solo il primo capitolo di un grande libro in costruzione, che rimarrà, nel tempo, a disposizione di chi vorrà leggerlo.

Giampietro Stocco

http://www.fantascienza.com/magazine/servizi/12752/if-la-micromega-della-fantascienza/

http://insolitoefantastico.blogspot.com/

Postato da: cabor alle 11:33 | link | commenti |

domenica, 19 luglio 2009

Anteprima
DIALOGO ATTORNO
ALLA LUNA

Per il 40° anniversario della missione Apollo 11

Luna di Melies

“L’avevo detto ai tecnici del generale Dornberger, quando ero a Berlino, che la loro idea di un razzo a un solo stadio era imperfetta. Pensano solo alla guerra, quelli, e a lanciare bombe sui paesi nemici. Solo in quello credono. Una fissazione: morte e distruzione. Vogliono costruire un vettore radiocomandato con la testata esplosiva, lanciarlo dalle coste della Germania, che sia in grado di colpire Londra. Il loro intento è piegare l’Inghilterra, ridurla alla resa con micidiali ordigni volanti, che non hanno bisogno di bombardieri né di piloti, senza mettere a repentaglio la vita dei loro soldati. Li chiamano missili balistici, hanno una portata limitata. Io insistevo, inutilmente, che era necessario costruire razzi almeno a due stadi: sai cosa vuol dire? No? Immagina un missile come questo – e mi mostrava un disegno che raffigurava un proiettile allungato – che sia formato da due parti. Quella inferiore contiene un motore potente e una quantità di carburante sufficiente a vincere la gravità terrestre e a superare l’atmosfera. Quando raggiunge gli strati più alti, il primo stadio di distacca e parte il secondo motore, che ha bisogno di meno carburante e può essere agevolmente diretto via radio. Un missile del genere può raggiungere lo spazio e viaggiare senza problemi anche fino alla Luna!

“Fino alla Luna?” chiesi incredulo. Credevo che una cosa del genere potesse succedere solo nei romanzi di Giulio Verne e nei fumetti di Gordon Flash.

“Certo. E anche più lontano, se si vuole. Perché nello spazio non c’è attrito, non c’è aria e basta una piccola spinta per far muovere il nostro missile a gran velocità”.

“Il moto perpetuo? Allora non si fermerebbe mai, viaggerebbe per sempre, fino ai confini dell’universo…”

“Eh no! Finché non incontra forze di attrazione che ne fanno deviare il percorso e lo attirano verso di sé”.

“Allora è per questo che servono i motori. Per correggere la rotta.”

“Bravo. Proprio così. Correggere la rotta e vincere la gravità degli altri corpi celesti che incontra lungo il percorso. Se, ad esempio, si avvicinasse troppo alla Luna, ne verrebbe attratto a velocità sempre crescente, fino a schiantarsi sul suolo lunare.”
“Bello scherzo, dopo tanta fatica per cercare di arrivarci! Allora Giulio Verne sbaglia nel suo romanzo Dalla Terra alla Luna, quando racconta di sparare un razzo con un cannone così potente da arrivare fin lassù…”

“Sono fantasie. La Luna sembra così vicina, a vederla da qui, che si può toccarla con un dito. Ai sognatori del secolo scorso, come Verne, bastava immaginare un cannone più potente degli altri, in grado di vincere la gravità terrestre. Ma anche se fosse stato possibile costruire un aggeggio del genere, non aveva fatto i conti con la forza d’attrazione lunare. Un pianeta o un satellite, come la Luna, non è come un bersaglio da colpire con una buona mira. Ha una forza di gravità pari a un quarto di quella terrestre, ma sempre sufficiente a far cadere qualsiasi oggetto sulla sua superficie. E non si può usare neppure un paracadute, perché non c’è l’aria.”

“Se la gravità è un quarto di quella terrestre, allora i corpi sono più leggeri. Si possono fare salti altissimi e ricadere senza farsi male. Basterebbe atterrare con delle grosse molle o dei cuscini sotto la pancia dell’astronave...”

L’ingegnere si mise a ridere: “Delle molle?” Gli ballava persino la pelle della gola, che in quel punto del collo, proprio sotto il mento, formava una piega rugosa e prominente. Come il bargiglio dei polli.
“Le molle attutirebbero il colpo…” insistevo.

“Sono cose che vanno bene per i fumetti. In realtà bisogna che un oggetto in caduta libera sviluppi una forza contraria adeguata a farlo scendere lentamente e a posarsi al suolo senza danni. Soprattutto se ha intenzione di ripartire e non di passare il resto dei suoi giorni in un mondo privo di atmosfera e con temperature che scendono vertiginosamente durante la notte.”
Restai pensoso a fissare il cielo. Forse Verne voleva solo inviare un razzo esplorativo, senza farlo allunare. Infatti restava in orbita attorno alla Luna per un po’. L’ingegnere osservava il mio sguardo perplesso.
“Poi c’è un altro problema. Nessuna ci ha pensato finora, ma potrebbe essere una difficoltà insuperabile per chi decidesse d’intraprendere un viaggio lontano dalla Terra.”

“E cioè?”

“Mai sentito parlare d’inversione termica?”

“No davvero. Cos’è? Sul mio libro di fisica non c’è.”

“Salendo – indicò il cielo – la temperatura diminuisce costantemente, fino a raggiungere molti gradi sotto lo zero. Poi, ad un certo punto, giunti ai limiti della stratosfera, il fenomeno si inverte: più ti allontani, più diventa caldo. Nella ionosfera la temperatura può superare anche i duemila gradi.”

“Il Sole…” farfugliai.

“Sì, è l’influenza del Sole sugli strati più alti dell’atmosfera che circonda la Terra.”
Pensavo a Icaro e al suo volo sfortunato. Doveva essere salito ben in alto per sciogliere le sue ali di cera. Ma non era che una licenza poetica, perché invece si sarebbe preso, semmai, una bella rinfrescata! Nessun velivolo è in grado di librarsi così in alto da raggiungere la ionosfera, dove l’aria e talmente rarefatta da non sostenere più le ali.
“Il problema dell’inversione termica – continuava l’ingegnere – s’incontra di nuovo al rientro nell’atmosfera, nel caso in cui si abbia la fortuna di tornare indietro da un viaggio spaziale, ma è complicato ulteriormente dall’attrito con gli strati più densi della stratosfera. Insomma, se non si è cotti prima, si arrostisce ben bene dopo.”

“Ma in questo caso si possono usare i paracadute – obiettai, sempre ricordandomi di Verne. L’ingegnere fece una smorfia e scosse la testa.

“Non è facile. Non sarà facile risolvere tutti problemi di un viaggio spaziale. Se l’uomo, un domani, proverà ad allontanarsi dalla Terra e a raggiungere la Luna e gli altri pianeti – e sono sicuro che ci proverà – dovrà superare un’infinità di ostacoli, gran parte dei quali sono per noi, adesso, inimmaginabili.”

Postato da: cabor alle 10:28 | link | commenti (1) |

venerdì, 03 luglio 2009

Copertina IF n. 1IF UNA NUOVA RIVISTA SUL FANTASTICO
L'Editoriale del Direttore
Carlo Bordoni

Sì, una nuova rivista sull’insolito e il fantastico. Un’idea forse un po’ démodée in tempi di comunicazioni

virtuali, blog e digitali. Un ritorno alla cara e vecchia carta stampata che, se da un lato fa tenerezza, è comunque una conferma dell’interesse per la produzione letteraria artistica e visiva non mimetica che si avverte nella nostra cultura e che è percepibile in molta parte della produzione cinematografica e televisiva, come nel successo della narrativa di genere distribuita principalmente in edicola. If, che si richiama con tutta evidenza alla tradizione del fantastico dei “pulp magazines” americani (la prima If si fuse con la mitica Galaxy nel 1974: chi scrive esordì nell’edizione italiana pubblicata dalla Tribuna di Piacenza nel lontano 1964), vuole essere un punto di riferimento per la riflessione in questo campo, con particolare attenzione all’apporto critico, ma non escludendo per questo la fiction. Una rivista sul fantastico non può prescindere dalla presenza di Romolo Runcini, forse il massimo studioso del settore, che fino a poco tempo fa ha diretto un’analoga rivista, “Labirinti del Fantastico” (Pellegrini Editore), di cui sono usciti solo i primi tre numeri. Di Runcini pubblichiamo in questo primo numero, a titolo programmatico, un intervento tratto dal suo Abissi

del reale, in corso di pubblicazione. Un particolare ringraziamento va all’editore di If, Marco Solfanelli, che ha promosso questa coraggiosa iniziativa con entusiasmo e brillante intuizione. Del resto Solfanelli ha alle spalle una solida esperienza e un’attenzione costante per il fantastico, e If non poteva trovare un mecenate migliore. Tutto questo dovrebbe, nelle intenzioni nostre e dell’editore, favorire un ritorno al piacere della lettura: un piacere che non si è perso, ma solo affievolito. Per arricchire ulteriormente la sua proposta, If sarà dedicata, di volta in volta, a un tema monografico specifico, attorno al quale ruoteranno gli interventi critici e i contributi narrativi (ma non le rassegne e le recensioni, per ovvii motivi). Per i primi quattro numeri gli argomenti sono stati individuati in altrettante tematiche di ampio interesse: Robot e androidi, Oltretomba, Ucronia e Altrimondi. Con questo non intendiamo certo esaurire lo spettro degli argomenti, ma solo muovere i primi passi in un mondo tanto vasto, quanto affascinante.

Buona lettura!

Il primo numero di IF, dedicato a Robot e Androidi, è in preparazione: per richieste e abbonamenti rivolgersi a: rivistaif@yahoo.it 
Su Internet, il blog http://insolitoefantastico.blogspot.com/ in cui trovare anticipazioni, notizie e aggiornamenti.

Postato da: cabor alle 12:33 | link | commenti |

sabato, 20 giugno 2009

Eco CarrièreDEI MODI
PER LIBERARSI

DEI LIBRI

U. Eco, J.-C. Carrière,

Non sperate di liberarvi dei libri

Milano, Bompiani, 2009

 

Il titolo suona come una vaga minaccia: qualsiasi cosa inventerà la tecnologia, il libro resterà sempre. Difficile liberarsene. Lo assicurano Umberto Eco e Jean-Claude Carrière, in un dialogo in cui s’inserisce il curatore del volume, Jean-Philippe de Tonnac. In realtà si tratta di una dichiarazione d’amore, in cui i due dialoganti esprimono la loro accorata preoccupazione di fronte al dilagante aumento di testi digitalizzati, ma anche per il futuro delle loro biblioteche personali all’indomani dell’inevitabile dipartita (“Cosa fare della propria biblioteca quando si muore?”).

La soluzione più pratica è quella di una donazione a un Istituto universitario o a una Biblioteca pubblica che renda disponibile quel patrimonio in un apposito fondo. Perché di tenerseli in casa, i libri, neanche a parlarne: è un’eredità ingombrante e il più delle volte inutilizzabile, non monetizzabile. Per contenere tutti i suoi libri, ad Eco sono necessari centinaia di preziosi metri quadri in edifici di pregio, cantine e soffitte comprese. Meglio disfarsene, allora. E anche al più presto. Un’altra modalità è la costituzione di una fondazione ad hoc che provveda a catalogarli, conservarli e metterli a disposizione del pubblico. La difficoltà, qui, sta nei costi e nell’impegno di un capitale adeguato a sostenerla. Poi c’è il trasloco: provate a trasferire migliaia di volumi da un luogo all’altro e scoprirete che una percentuale consistente sparisce nel nulla. E infine il rogo: simbolica, rituale e liberatoria pratica già utilizzata dai nazisti a fini dimostrativi e poi abbandonata. Il risultato deludente deve aver fatto preferire a Hitler la distruzione sistematica degli esseri umani: un orrore di fronte al quale il rogo dei libri appare un'inezia.

I libri che restano dopo la scomparsa dei loro proprietari sono orfani. Manca loro la figura del padre e la ragione stessa di essere in quell’insieme, in quell’organica raccolta che aveva un senso solo per lui. Da soli si sentono perduti, considerano gli altri libri non più come fratelli, ma come nemici da cui guardarsi. Sono ingombranti, pesanti, invadenti, così “voluminosi” da sentirsi imbarazzati.

Ma se i libri non li vuole nessuno, ora che non sono più di moda neppure per arredare le pareti di casa (meglio grandi schermi al plasma e schiere di Dvd), perché gli editori si ostinano a pubblicarne tanti?

Postato da: cabor alle 16:05 | link | commenti (1) |